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giovedì 26 febbraio 2015

Intervista ad Andrea Fais

Ringrazio il direttore della rivista di Scenari Internazionali, Andrea Fais per aver collaborato all'intervista. 



Andrea Fais: Scenari Internazionali ..... 

1.      Quanto, realmente, è protagonista la Federazione Russa nel conflitto delle Repubbliche autonome di Lugansk e Donestk?

E' protagonista indiretta, nella misura in cui fornisce sostegno medico, umanitario e logistico alla popolazione del Donbass, prima vittima della guerra civile ucraina. Ci sono senz'altro russi che combattono o hanno combattuto nel Sud-Est dell'Ucraina durante gli ultimi mesi, ma sono volontari partiti per aiutare quelli che considerano, con buona ragione, connazionali. Circa il 43% della popolazione nazionale dello Stato ucraino, così come designato nel 1991 dopo il crollo dell'URSS, è legato all'eredità storica di un'area che nel 1764 fu battezzata dalla zarina Caterina II col nome di Novorossija, cioè Nuova Russia. Quella fascia di territorio era compresa latitudinalmente tra la roccaforte cosacca di Zaporožje e le coste settentrionali del Mar Nero; longitudinalmente tra la regione di Donetsk e l'odierno territorio della Transnistria, una lunga striscia verticale in territorio moldavo che dal 1990 rivendica l'indipendenza da Chișinău e il ricongiungimento con Mosca. Non è chiaro come il governo di Kiev e i nazionalisti ucraini possano rivendicare non solo queste regioni, ma addirittura la Crimea, che fu "donata" da Chruščëv alla RSS Ucraina soltanto nel 1954, in un contesto senz'altro diverso, per il trecentesimo anniversario dell'Accordo di Perejaslav. Le radici di questa drammatica situazione, tuttavia, nascono a Belaveža, dove nel 1991 le delegazioni delle RSS di Russia, Bielorussia e Ucraina decisero di sciogliere ciò che restava dell'URSS, senza prima rinegoziarne i confini interni alla luce del nuovo scenario politico. La Russia, di fronte alla gravità di questa situazione, sarebbe pienamente legittimata ad intervenire militarmente per proteggere la popolazione del Donbass. Tuttavia, fin'ora ha scelto di non farlo per ovvie ragioni di opportunità. 


2.      Nel incontro di Minsk, in Bielorussia, Vladimir Putin è stato fondamentale per una soluzione della crisi in via diplomatica?
Direi di sì. L'atteggiamento di Putin fino ad ora ha sempre mantenuto un profilo di prudenza e moderazione, del tutto diverso da quello che alcuni media occidentali tratteggiano. Le cifre fornite dall'ONU e dall'OCSE sull'emergenza umanitaria nel Donbass e i crimini contro l'umanità perpetrati dai battaglioni ultranazionalisti ucraini, potrebbero già rappresentare per Mosca la base per richiedere al Consiglio di Sicurezza dell'ONU l'autorizzazione a gestire un'azione di peacekeeping. Altri Paesi per altre situazioni del passato, lo richiesero per molto meno. Chiaramente, una soluzione diplomatica prevede che le controparti convergano su un minimo comun denominatore fatto di alcuni punti-chiave condivisi. Vedremo se le truppe sul campo rispetteranno la tregua. Tuttavia, se Porošenko e Jatsenjuk continueranno a prendere in considerazione i progetti di integrazione dell'Ucraina nella NATO, la tensione sarà destinata ad acuirsi nuovamente.  


3.      Perché definire aggressore la Federazione Russa, mentre la Nato ha ampliato il numero di piattaforme militari nei paesi dell'ex Patto di Varsavia?
La Russia è intervenuta militarmente in Crimea, ma era già legalmente presente nel territorio autonomo di Sebastopoli, in virtù di un trattato internazionale siglato nel 1994 e rinnovato nel 2010. Le massicce proteste popolari a Simferopoli, Kerch e nella stessa Sebastopoli contro il nuovo indirizzo politico seguito al golpe di Kiev avevano eretto subito un muro tra la Crimea e il resto dell'Ucraina. Il referendum popolare ha poi sancito un plebiscito in favore del ritorno a quella che tutti i crimeani, ad eccezione di qualche comunità tatara e alcuni ucraini etnici, considerano come la madrepatria. Non parlerei dunque di un'aggressione, ma di una miscela tra peacekeeping e democrazia diretta.
Per quanto riguarda la NATO, anche qui dobbiamo tornare indietro ai primi anni Novanta, quando l'amministrazione statunitense fece esplicite promesse a Mikhail Gorbačëv in merito ad un progressivo processo di "finlandizzazione" del territorio europeo. Non solo gli Stati Uniti non mantennero mai la parola data, ma addirittura tra il 1999 e il 2009 inglobarono 12 nuovi Paesi, tutti dell'Europa orientale, spostando di fatto i confini dell'Alleanza Atlantica di circa 1000 km verso Est. L'Ucraina, la Bielorussia e la Moldavia, attualmente, sono le ultime tre nazioni della regione a non far parte della NATO e a non essere coinvolte in piani di integrazione già avviati. Moltissimi politici europei sono pienamente consapevoli dell'incendio geopolitico che il possibile ingresso di Kiev nella NATO accenderebbe, eppure la maggioranza di loro sembra intimorita a prendere una posizione diversa da quella della Casa Bianca. L'ex presidente del Consiglio Romano Prodi è una delle voci più autorevoli che fin'ora si sono levate contro questa ipotesi. Mi auguro che Matteo Renzi sappia fare tesoro del suo monito. 


4.      Quale scopo ha il reintegro della leva obbligatoria in Lituania?
Credo che la domanda andrebbe rivolta al Ministero della Difesa lituano. Posso solo azzardare l'ipotesi che in un Paese così piccolo, c'è il serio rischio che l'arruolamento volontario non conduca ai risultati sperati e riduca il numero degli effettivi a disposizione delle Forze Armate. Con la Smart Defense decisa nel 2012 al Vertice di Chicago, l'allora Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Leon Panetta, disse esplicitamente che l'Europa avrebbe dovuto "fare di più" in termini di investimenti militari nel quadro dell'Alleanza. Probabilmente, la Lituania si sta adeguando.

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